Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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I giovani nella Bibbia

Voci dal Monastero

I giovani nella Bibbia - Non dire: "sono giovane"

«NON DIRE: "SONO GIOVANE"»


Qualche mese dopo aver incontrato i giovani convenuti da tutto il mondo alla la GMG di Cracovia, Papa Francesco, ha stabilito che nel mese di ottobre del 2018 si terrà la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema : "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale". Così facendo il Papa ha inteso suscitare l’attenzione della Chiesa verso la generazione dei giovani, cioè delle donne e degli uomini di domani.
Sarebbe molto bello se, per questo evento, si generassero occasioni di incontro, ascolto, confronto e scambio tra i giovani e gli adulti, queste due generazioni che normalmente fanno fatica a dialogare, ma al cui avvicendarsi è affidato non solo il futuro della Chiesa, ma dell’umanità intera.

Anche noi, su queste pagine, vogliamo cogliere l’occasione donataci da Papa Francesco per svolgere una sorta di ricerca sui giovani, non con lo scopo di lanciarci in analisi sociologiche o affrontare temi di costume, di cultura o di politica che lasciamo volentieri agli esperti, ma nel tentativo di ascoltare direttamente dalla Parola di Dio che cosa Egli ha da dirci sui giovani.

Partiamo dal vocabolario biblico.
Nell’Antico Testamento il termine più comune per indicare il giovane è l’ebraico na’ar, nome dato ai ragazzi e alle ragazze compresi tra la fine dell’infanzia, tra i dodici e i quattordici anni, e i venti anni, che sancivano l’ingresso nell’età adulta essendo l’età minima per pagare le tasse, percepire la paga giornaliera per intero e prestare servizio militare in caso di guerra (cfr. Es 30,14; Lv 27,3; Nm 1,3).

Nella letteratura biblica, soprattutto nei libri sapienziali, la giovinezza è indicata come il tempo della gioia e dell’amore e, perciò, se ne sottolineano la bellezza e l’audacia (cfr. Sal 144,12); ma è anche il tempo dell’immaturità e dell’inesperienza.
È la stagione della vita in cui, sovente, l’uomo e la donna sono chiamati a fare quelle scelte fondamentali che dovranno portare avanti per tutta la vita, ma, contemporaneamente, non dispongono in se stessi della maturità e della esperienza sufficiente e, pertanto, hanno bisogno di appoggiarsi alla esperienza e al consiglio degli adulti.
L’aspetto della educazione-formazione dei giovani ha un’importanza fondamentale nell’Antico Testamento. La stessa preghiera dello Shema’ (Ascolta Israele…) prescrive ai padri di "istruire" i figli riguardo i le "dieci parole", ovvero la possibilità di relazionarsi in maniera corretta con Dio e con il prossimo, acquistando contemporaneamente la coscienza di essere, assieme a coloro che professano la stessa fede, un solo popolo, Israele.
E, in verità, l’autorità con cui i genitori e i maestri educano i figli/discepoli e, persino, la metodologia pedagogica che essi usano con loro, hanno il loro fondamento e modello in Dio. Leggiamo, ad esempio, in Pro 3,11-12: "Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non avere a noia la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto".
Ma troviamo anche il contrario, cioè che la riflessione teologica ha trasferito in Dio l’immagine del padre-educatore umano, come leggiamo al cap, 11 del libro del profeta Osea: "Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato … ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano … ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare".

Ma quali sono, secondo la Scrittura, gli ambiti educativi e le finalità della formazione di un giovane?
Ce ne da un esempio l’evangelista Luca, che con una formula lapidaria chiude i racconti dell’infanzia con l’episodio del ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio di Gerusalemme: "E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (2,52); e con ciò racchiude in una sola frase tutta la giovinezza di Gesù, visto che nel passo successivo lo ritroviamo ormai uomo maturo che riceve nel Giordano il battesimo da Giovanni.

Sapienza è il saper vivere, è il gusto della vita; e, per usare un linguaggio simbolico, il giovane è proprio colui che non vede l’ora di addentare questo frutto che è la vita per sentirne il gusto.
È proprio della giovinezza il desiderio di sperimentare cose nuove, incontrare altre persone, visitare luoghi sconosciuti. Ma, in realtà, un giovane della vita non sa ancora niente e ha bisogno di un maestro che gli insegni a orientarsi nelle varie ed imprevedibili vicende dell’esistenza; una guida che non spenga i suoi sogni ma gli insegni a riconoscere gli spacciatori di illusioni che attirano con inganno gli inesperti verso esperienze fallaci e pericolose; un uomo contento della vita che sappia trasmettere la sua passione per tutto ciò che esiste di bello e di buono; un padre che sappia scommettere sul proprio figlio, trasfondendogli la sua fiducia nell’uomo e la speranza nel futuro.
Tuttavia, al bisogno, il padre/maestro sapiente secondo la Scrittura è colui che sa di dover ricorrere anche alla correzione (Pr 13,24), affinché non succeda come nel caso di Giacobbe o di Davide, padri che non seppero correggere i propri figli e ne subirono la perdita per le conseguenze delle loro azioni scellerate (cfr. Gen 37ss. e 2Sam 13ss.).

Età: "Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino", scrive S. Paolo nella 1Cor 13,11.
Nella Scrittura c’è una distinzione molto chiara tra le caratteristiche e le prerogative tipiche di ciascuna età della vita. Ciò che è lodevole nell’infanzia, per esempio, può diventare deplorevole nell’età adulta.
La crescita in età comporta, di grado in grado, l’abbandono di un certo modo di concepire e interpretare la vita, per acquisirne un altro, nuovo e diverso, in armonia con lo sviluppo psicofisico dell’uomo e della donna, ma se c’è confusione tra le generazioni questo processo può essere seriamente compromesso. Ciò avviene, ad esempio, quando i bambini sono trattati come se fossero degli adulti in miniatura, o quando, invece, i genitori pretendono di fare le stesse cose dei loro figli adolescenti!
Grazia: È l’apertura verso l’Altro e verso l’Altro; è la tensione verso un orizzonte ben più grande delle nostre piccole mete, un orizzonte grande come il cuore di Dio, il solo che può saziare la fame di vita che alberga nel cuore del giovane e lo rende inquieto, impaziente di sentirsi appagato nel suo infinito desiderio di felicità e per questo capace di cose più grandi di lui.

Nei prossimi mesi faremo conoscenza con alcune figure bibliche di giovani che sono stati chiamati da Dio proprio a motivo della loro giovane età per adempiere una missione in seno alla storia della salvezza.



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