Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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La donna cananea

Voci dal Monastero

Le donne nei Vangeli: La donna cananea

L’evangelista Matteo ci presenta, tra gli altri, l’incontro di Gesù con la donna cananea (Mt 15,21-28).

Dopo aver sostato nella città di Genèsaret, situata sulla riva destra del lago di Tiberiade, tra Magdala e Cafarnao, Gesù, «si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone» (Mt 15,21).
Egli si sposta verso un territorio fenicio, pagano, e qui avviene l’incontro con una donna appartenente ad un popolo caratterizzato dalla profonda inimicizia con la gente di Israele sin dai tempi di Noè.
Sono espressioni, «Tiro e Sidone» e «cananea», che l’evangelista, quindi, ha ripreso dall’Antico Testamento e che vogliono indicare i pagani separati dal popolo di Dio.

Gesù si muove in direzione di Tiro e Sidone (Mt 15,1: «verso la zona di Tiro e Sidone») ma non è detto che Egli raggiunga tali città.
Al contrario, si dice che la donna «veniva da quella regione» (Mt 15,22), uscendo, quindi, dai propri confini. Gesù e la donna si incontrano, per così dire, a metà strada tra la terra d’Israele e il territorio cananeo, cioè pagano: entrambi sono accomunati da un movimento d’uscita, eppure, è la donna a varcare il confine.
E’ lei stessa a prendere l’iniziativa: va incontro a Gesù e lo riconosce subito come il Messia, il figlio di Davide. Ella implora la guarigione per la propria figlia molto tormentata da un demonio.
Ma Gesù le risponde: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24).
Secondo il progetto salvifico del Padre, il Figlio è stato inviato alle pecore perdute della casa di Israele, al popolo erede delle promesse messianiche, un popolo che, sebbene tale, ha bisogno di guida ed accoglienza come un gregge disperso e senza pastore.
Allo stesso modo, la missione storica prepasquale dei dodici inviati da Gesù, si colloca entro questi limiti storico-geografici corrispondenti al piano salvifico di Dio: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10,5b-6).

In questa cornice, si pone anche la seconda sentenza del Signore che respinge la supplica della donna pagana: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26).
Con l’appellativo di «cani», la tradizione biblica, ripresa dai testi giudaici, designa i pagani, gli estranei, gli esclusi dal banchetto messianico: la differenza con i "figli" del regno, gli invitati, non potrebbe essere espressa con più chiarezza.
La donna cananea, nella sua replica, riconosce questo statuto dell’Israele storico, destinatario dei beni messianici, riconosce questa sua prospettiva di esclusa, di non avente diritto secondo tale statuto: «E’ vero, Signore» (Mt 15,27). Di certo non lo contesta, ma, addirittura, si dichiara disposta, come i cagnolini, a mangiare anche solo le briciole, cioè non tutto ma solo il di più, quello che avanza, che rimane non consumato dagli invitati, che cade a terra dalla tavola: ella domanda di non restare esclusa dalla partecipazione ai beni messianici a causa della sua condizione di pagana.
Quello che la donna cananea percepisce è che al banchetto del regno il pane non è contato, c’è n’è in sovrabbondanza per tutti, e nessuno corre il rischio di rimanerne senza.
Questo, ovviamente lo sa bene anche il Signore. Il suo atteggiamento, quindi, non è governato da una riserva, dal timore che il pane possa non bastare per tutti: egli è mosso piuttosto dall’obbedienza a certi tempi, a certi momenti che sono inscritti nel sapiente disegno del Padre. Ma l’intuizione della donna, forse, chiarisce a Gesù stesso che i tempi si stanno avvicinando, quei tempi quando anche i cagnolini saranno ammessi nella sala del banchetto.
La donna non va via, non si offende, non si scoraggia, bensì rimane dentro questa relazione, l’assume e la fa propria, in un certo senso, al punto di usarla nella sua terza invocazione/richiesta, di fronte alla quale le resistenze di Gesù sembrano vinte.
Non si pongono condizioni legali.
Il grido della fede, che assomiglia a quello di Pietro (cfr. Mt 14,30), è sufficiente: «Signore, aiutami!» (Mt 15,25; cfr. Sal 22,20).
Ella non ottiene solo la guarigione della figlia, addirittura Gesù loda la sua fede: «Donna, grande è la tua fede!» (Mt 15,28).

Il contrasto è fortissimo con il dialogo, immediatamente precedente questo incontro, avuto da Gesù con alcuni farisei (cfr. Mt 15,1-9).
Lì un’esteriorizzazione forzata e in mala fede dei concetti di puro ed impuro  nonché di un amore per le proprie tradizioni  che supera il comandamento dell’amore e della pietà.
Lì, l’epicentro della religiosità giudaica del I secolo: i farisei.
Ma la fede grande, lì non c’è.
Bisogna andare fuori per trovarla, in una terra straniera, in mezzo a popoli pagani, nel cuore di una donna, una donna della religione, della terra e del popolo "sbagliati". Eppure quella donna diventa simbolo di una fede grande, al contrario dei farisei.
E’ questa fede grande nel Figlio dell’Uomo, una fede umile e costante che parte dalla supplica e dalla fiducia di poter ricevere almeno «le briciole che cadono dalla tavola» (Mt 15,27), la via che, di fatto, apre non solo ai pagani, ma a ciascuno di noi, l’accesso al banchetto messianico ed escatologico.

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