Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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La più bella delle storie

Voci dal Monastero

LA PIU’ BELLA DELLE STORIE  (1)

La storia del giovane che vogliamo conoscere oggi ci riporta indietro fino al primo libro della Bibbia, il libro della Genesi, dove egli riveste, per così dire, il ruolo di attore protagonista degli ultimi capitoli, dal 37 al 50 (con l’eccezione del 38).

Parliamo di Giuseppe, il figlio che il patriarca Giacobbe ebbe da Rachele, la moglie più amata, e che approda sulla scena del testo sacro all’età di diciassette anni.
Il ritratto che ce ne fa l’autore ispirato, tutto d’un fiato, nei primi dieci versetti, è  quello di un tipico adolescente, forse anche un po’ viziato… Leggiamo, infatti, che «Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe».
Se aggiungiamo che andava a riferire al padre, forse per carpirne la benevolenza, tutte le chiacchiere che sentiva sul conto dei suoi fratelli, possiamo capire che i suoi fratelli non lo potevano sopportare, lo consideravano un moccioso invadente e spaccone, e non avevano con lui alcun rapporto amichevole, tanto che, come si può desumere dal testo di Genesi, egli doveva vivere un po’ isolato rispetto a loro.
Ma la cosa che dava più fastidio di Giuseppe erano i suoi sogni. Sì, Giuseppe è un sognatore, sia nel senso che possiamo attribuirgli con le nostre categorie attuali, sia nel significato che è proprio della narrativa biblica, dove il sogno è una manifestazione divina, un mezzo di cui Dio si serve per manifestarsi e rivelare ad un uomo da lui scelto qualcosa che ha a che fare col divino. Possiamo qui anticipare che tutta la storia di Giuseppe si gioca sulla interpretazione e realizzazione dei suoi sogni di ragazzo.

Cosa sognava il giovanissimo Giuseppe?
Ecco il racconto che egli stesso fa ai suoi fratelli e a suo padre: «Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio»; e un’altra volta: «Ho fatto ancora un sogno: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me».
Il ragazzo sogna certamente all’in grande! Proprio lui che era considerato piccolo e viziato ed era lasciato solo a pascolare il gregge con i figli delle schiave!
L’interpretazione che Giuseppe stesso da’ ai suoi sogni, raccontandoli in una maniera che sa di rivalsa e di sbruffoneria insieme, tradisce il desiderio di essere considerato anche dai suoi fratelli il più importante, il più grande; in fondo ne aveva il diritto: il padre non lo amava forse più di tutti i suoi figli? Ma ciò lo allontana ancora più dai suoi fratelli che «lo odiarono ancora di più».

A questo punto la storia prende una piega drammatica: Giacobbe manda Giuseppe a trovare i suoi fratelli che si sono spinti lontano con le greggi; egli parte in cerca dei suoi fratelli che, vedendolo arrivare, complottano di ucciderlo, tanto è l’odio che è maturato in loro; ma Ruben e Giuda cercano un modo per liberarlo dalla mani degli altri fratelli e salvagli la vita; intanto Giuseppe viene catturato da una carovana di mercanti di passaggio e finisce in Egitto, dove viene venduto come schiavo, mentre i suoi fratelli fanno credere al padre che il figlio amato è morto, sbranato da una bestia selvatica.
Così Giuseppe viene acquistato come schiavo da Potifar, un ministro del faraone. Altro che sogni di gloria!
Eppure, da qui in avanti l’autore sacro ci permette di cogliere nella narrazione la progressiva crescita umana e spirituale di Giuseppe, che attraverso delle dure prove diventerà un uomo maturo, sviluppando al massimo, ma per un fine diverso da quello dei suoi sogni di adolescente, le proprie potenzialità.

Il testo ci dice che «il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e restò nella casa dell’Egiziano (…) così trovò grazia agli occhi di lui».
Giuseppe, evidentemente, aveva ricevuto molte doti dal Signore, tra cui l’intelligenza e la capacità di organizzare ed amministrare una casa e un patrimonio con lo sguardo sapiente rivolto all’avvenire, e le mette in gioco tutte, pur essendo schiavo, così da diventare l’uomo di fiducia del suo padrone, secondo nella sua casa a lui solo.
Trasponendo la sua storia nelle categorie attuali potremmo dire che il giovane Giuseppe non si è perso d’animo perché non ha avuto subito l’impiego che desiderava; non ha aspettato di essere al "posto giusto" (da dirigente!) per impegnarsi seriamente, ma ha accolto quanto la sua storia gli proponeva in quel momento (chiamiamolo destino, o meglio Provvidenza!), per dare il massimo di se stesso.
Giuseppe, dice la Bibbia, era anche un bel ragazzo, «bello di forma e attraente d’aspetto» ed era anche integro, timorato di Dio. Queste qualità saranno la causa dei suoi successivi guai, perché per sfuggire ai desideri adulterini della sua padrona, verrà ingiustamente accusato di tentata violenza ai danni di lei e rinchiuso nella prigione dei carcerati del faraone. Ma «il Signore fu con Giuseppe» anche in questo sotterraneo e, per le sue capacità, divenne il braccio destro del comandante della prigione.

L’autore sacro, continuando a narrare la sua storia, ci fa notare un altro tratto maturato nella personalità di Giuseppe: sebbene afflitto lui stesso dalle catene, è capace di accorgersi della sofferenza dell’altro e gli si fa vicino per consolarlo. Com’è cambiato quel ragazzotto un po’ superbo che voleva distinguersi dai suoi pari!
Proprio dall’incontro con la sofferenza altrui scaturisce una nuova possibilità: uno dei carcerati in questione è un servo del faraone, il quale fa un sogno premonitore che lo mette in grande angoscia; ma Giuseppe lo rassicura svelandogli che il sogno è a lui favorevole, e tale, puntualmente, si avverò.
Così, due anni dopo, stando nuovamente alla presenza del sovrano, che era molto turbato a causa di certi brutti sogni che nessuno riusciva a spiegare, quel servo si ricordò di Giuseppe e ne parlò al faraone, il quale lo fece liberare.
Giuseppe non solo si dimostra capace di interpretare il sogno del faraone, che predice l’avvento di sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di dura carestia (le famose sette vacche grasse e sette vacche magre), ma espone un piano sapiente per affrontare la calamità senza che il paese sia colpito dalla fame. E il faraone lo nomina viceré d’Egitto … Giuseppe è ormai un uomo fatto e i suoi sogni di adolescente si sono in un certo qual modo realizzati, il suo covone si è alzato … ma è rimasto solo! Poiché, in realtà, il sogno non era solo di Giuseppe, ma anche di Dio, essi lo realizzeranno "insieme", e nei capp. 42 e ss. (che vi invito a leggere per intero) vedremo che, a motivo delle carestia, i fratelli di Giuseppe scendono in Egitto per comprare del grano e compaiono davanti a lui senza riconoscerlo, ma essendo da lui riconosciuti.

Potrebbe essere l’occasione di vedere il suo sogno realizzato: dominare sui suoi fratelli con il potere conferitogli dalla sua carica e dalla situazione di bisogno in cui essi si trovano, per la carestia. E, apparentemente, Giuseppe agisce proprio così.
In realtà Giuseppe si farà riconoscere dai fratelli solo dopo averli condotti attraverso un percorso di purificazione, usando con loro la stessa pedagogia sapiente e misericordiosa che Dio aveva usato con lui.
Alla fine, essi si riuniranno effettivamente intorno a lui e si prostreranno dicendo: «Eccoci tuoi schiavi!», ma Giuseppe risponderà: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che avete venduto sulla via verso l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato prima di voi per conservarvi in vita!».
Giuseppe ha capito che i sogni che Dio ispira nel cuore dell’uomo non sono per la propria affermazione personale, ma rivelano la chiamata ad una missione che riguarda il bene e la salvezza di tutta la "famiglia" umana, fratelli e sorelle figli dello stesso Padre.

Giuseppe ha quasi quarant’anni: la spiga acerba e altezzosa dei sogni di un ragazzo è giunta a maturazione sotto il sole cocente delle fatiche della vita, e ora si piega per il peso dei chicchi, grano dorato, pane spezzato per saziare la fame di tutti i fratelli.






(1) Così recita il versetto 3 della XII Sura del Corano, che narra la storia di Yusuf, figlio di Giacobbe.



 
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