Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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La profetessa Anna

Voci dal Monastero

Le donne nei Vangeli – la profetessa Anna


L’evangelista Luca, in appena tre versetti del suo vangelo, ci propone la figura di una donna profetessa, vedova, orante, penitente, missionaria.
Siamo nel contesto dell’infanzia di Gesù, proprio ai suoi primi giorni di vita, ma già la forza del vangelo ci pone davanti la luce sfolgorante del mistero di salvezza che è Cristo Signore: conforto, salvezza, gloria e redenzione di tutti gli uomini.

Maria, Giuseppe e Gesù si trovano al tempio di Gerusalemme per il rito che, dopo la circoncisione, serve ad offrire il primogenito della famiglia al Signore e a "purificare" la madre che ha partorito, come prescrive la legge di Mosè.
Oltre a Simeone «c’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,36-38).

Questa donna, descritta dall’evangelista Luca con alcuni tocchi essenziali, appare subito una persona speciale anche se vecchia e vedova e, come tale, costituente l’anello debole di una società come l’ebrea di quel tempo.
E’ discendente della tribù di Aser, la tribù di Israele, alla quale, all’ingresso nella terra promessa, fu destinata la porzione di territorio che va dal monte Carmelo fino alle città di Tiro e Sidone, lungo la fascia costiera della Galilea.
Aser abita dunque una terra pagana, ed è proprio qui che nasce Anna, figlia di Fanuele, cioè di colui che ha visto Dio faccia a faccia, secondo il significato del suo nome. E lei non si allontana da Dio, anzi vive una esperienza così viva di fede e di amore al Dio di Israele da lasciare, alla morte del marito, ogni cosa per raggiungere la terra benedetta e sacra, la città della Presenza, il luogo mirabile della discesa di Dio, Gerusalemme.
La vita passata servendo Dio, giorno e notte, per tanti anni, è una continua assidua preghiera che la colloca tra gli "anawim", i poveri del Signore, coloro che sanno di aver ricevuto tutto dalle mani del loro Dio.
Ha la tenacia di chi sa attendere e sperare. Anna serve il suo Signore giorno e notte, da lunghissimo tempo, perché ha fatto di questa missione la sua vita: non si è rifugiata nel tempio perché non aveva altra alternativa, è lì da quando le sue forze le avrebbero permesso ben altre scelte. Ella ha scelto di consacrare la sua esistenza attraverso una preghiera ininterrotta che valorizza il tempo, il quale non le sfugge come sabbia tra le mani o come foglie secche di ricordi senza consistenza. Nemmeno si perde in rimpianti per una giovinezza remota.
In questo senso,  Anna incarna la verità delle parole del Salmo 92: « Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità».

Quella di Anna è certamente una scelta estrema, particolarissima: vive, infatti, in continua preghiera, tra digiuni e penitenze, sempre chiusa nel tempio.
Ma tutto questo non è altro che l’immagine, il segno evidente della sua scelta fondamentale, quella di vivere la relazione, l’incontro, la presenza del suo Signore.
Non è una visitatrice occasionale del tempio, essa non abbandona mai questo luogo, giorno e notte lo abita, lo vive facendone la sua casa di preghiera nell’offerta continua ed incessante di tutto il suo essere al Signore e servendolo con cuore indiviso.
Nello svuotamento di se stessa, è così libera interiormente da acquisire un nuovo volto, capace di conoscere e riconoscere Dio nel figlio di Maria e Giuseppe, quel Bambino che, agli occhi di tutti gli altri, invece, è un comune neonato.
Anna è chiamata dall’evangelista "profetessa" proprio per il suo particolare intuito, quello di riconoscere l’arrivo del Salvatore, di un Dio che è venuto a portare al mondo la salvezza.
L’attesa è finita: è questo l’annuncio carico di lode che la donna, profetessa e testimone, rivolge "finalmente" a tutti coloro che incontra e la incontrano lì, nel tempio di Gerusalemme.
La sua lode diventa quindi accettazione, accoglienza, sintonia piena col pensiero e la proposta di Dio e tutto quello che ha ricevuto, vissuto, sperimentato nella vita, ora vuole trasmetterlo anche agli altri: è una donna che non si chiude, non si nasconde ma si apre al Dono e nel dono.
Anna non parla di sé, non offre semplicemente se stessa, con la sua esperienza e la sua saggezza; lei dona ciò che ha di più caro e prezioso, proprio ciò che l’ha fatta rinascere, che ha ridato speranza alla sua vita. Loda Dio e parla di Lui, di quel Bambino lì presente, che è la redenzione, la liberazione, la rinascita di chiunque voglia accoglierlo, riceverlo, attenderlo, ieri come oggi.


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