Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

Vai ai contenuti

Menu principale:

Maria

Voci dal Monastero

Le donne nei Vangeli: Maria


«Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27).
Maria, una ragazza di Nazareth, città della Galilea, vergine, promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe: sono questi i tratti attraverso i quali l’evangelista Luca ci presenta, all’inizio del suo Vangelo, la figura di Maria.
Un nome, un luogo d’origine, uno stato di vita: Maria viveva sulla terra. E viveva una vita comune a tutti, possedendo caparbiamente il suo domicilio nel quotidiano. Una donna, come amava definirla don Tonino Bello, feriale, che ha fatto della sua vita quotidiana il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza.
Scriveva Carlo Carretto: «Non la vedevo sull’altare come una statua immobile di cera, addobbata con abiti da regina ma come una sorella, vicino a me, seduta sulla sabbia del mondo, con i sandali logori come i miei e con tanta stanchezza nelle vene…non un personaggio a cui si deve culto ma la sorella del mio cuore, la compagna di viaggio, la maestra della mia fede».
Una maestra ed una compagna perché, prima ancora, una donna che ha creduto, che si è fidata di una Parola, che si è affidata ad una Parola, che ha accolto la Parola che ha fatto irruzione nell’intimo del suo cuore ed in tutta la sua vita.
Non è facile credere, è più facile ragionare; non è facile accettare il mistero che ti supera sempre e allarga sempre i limiti della tua povertà.
Ma Maria dice: «Avvenga per me secondo la tua Parola» (Lc 1,38): ella non è solo la serva che parla al suo Signore, è anche e soprattutto l’amata che si ridona all’amato con abbandono totale. Lui, ormai, la fa sua, la penetra, la attraversa perché la vita nasca in lei. E’ il Dio che libera, che perdona, che ama, che è geloso…è lo sposo del Cantico dei Cantici, che visita di notte, nel silenzio e nella solitudine, il cuore della sua amata e si intrattiene con lei, dolce e forte, fino alle prime luci dell’alba. Maria non conosce Dio solo per sentito dire, ne ha esperienza diretta, come l’amato dell’amata. Dio è tutto per lei.

«Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto» (Lc 1,45).
L’abbandono di Maria in Dio la rende una donna beata, una donna, cioè, che è in cammino: da Nazareth verso i monti di Giuda per trovare la cugina Elisabetta, verso Betlemme, in fuga dalla propria terra verso la terra straniera dell’Egitto, di ritorno a Nazareth, in viaggio verso Gerusalemme in occasione della presentazione di Gesù al tempio, tra la folla ad incontrare il Figlio errante per i villaggi della Galilea, sui sentieri del Calvario, ai piedi della Croce. Percorsi, questi, che ci richiamano l’incessante ricerca del volto del Suo Signore, il desiderio di scoprire il volto del Padre e mettersi, ancora una volta e per sempre, alla sua sequela.
Maria, dall’inizio alla fine, segue Gesù, non solo con la trepidazione di una madre ma con la condivisione di una compagna: segue Gesù, prima discepola. Se non lo seguisse e ritenesse d’aver tutto compiuto nel generarlo e nel guidarne i primi passi, non sarebbe fedele a quel sì con cui, quel giorno, si è consegnata a Dio. L’avvento di Dio continua nel suo cuore: l’eco di ogni parola e di ogni suo gesto, la festosa accoglienza del suo messaggio così come l’oscura trama della congiura contro di lui, trovano raccoglimento nel suo spirito. Proprio in tutto ciò Maria ci è maestra e compagna: non una Signora che viene da lontano a sbrogliare i nostri problemi, le nostre sofferenze con la potenza della sua grazia e con soluzioni prestampate e preconfezionate ma come una donna che, gli stessi problemi, le stesse sofferenze, li vive anche lei sulla sua pelle, ne conosce l’immediata drammaticità, ne percepisce le sfumature del mutamento, ne coglie l’alta quota di tribolazione.
Donna povera e limpida, disinteressata ed umile, ci rende presente e trasparente il mistero totale di Dio e della salvezza. Per sé scelse il silenzio: nel Vangelo parla solo quattro volte: all’annuncio dell’angelo, quando intona il Magnificat, quando ritrova Gesù nel tempio e a Cana di Galilea. Ma questo silenzio non è solo assenza di voce, vuoto di rumore, neppure il risultato di una particolare ascetica della sobrietà: è, invece, il guscio di una pienezza, il grembo che custodisce la Parola.

«L’anima mia magnifica il Signore», l’anima mia fa grande il Signore: Maria canta, loda, esulta ed esalta il suo Signore. E’ rapita dalla grandezza del suo amore che ha toccato con il cuore e che ha custodito e continua a custodire nel suo grembo. Nulla è ormai come prima: per lei, per Israele, per tutti, per i popoli, gli uomini e le donne del presente, del passato, del futuro. Perché Dio, attraverso Maria ed il suo sì, è entrato nella carne dell’umanità e l’ha fatta sua, per sempre.
Incarnandosi, il Figlio di Dio è diventato figlio dell’uomo: sulla croce, il suo amore si dispiega, è un amore che ama l’altro come sé al punto d’essere pronto a perdere Dio in sé perché possa nascere nell’altro. E come c’è stato bisogno di Maria affinché il Figlio di Dio prendesse carne in Gesù, così c’è ancora bisogno di Maria perché Gesù risorto nasca, cresca e giunga a maturità in ciascuno. Lei che è stata la madre del primogenito, ora è la madre dei molti fratelli e delle molte sorelle.


Torna ai contenuti | Torna al menu