Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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Maria e le altre

Voci dal Monastero

MARIA, GIOVANNA, SUSANNA E LE ALTRE


Nelle pagine dell’Antico testamento troviamo figure e storie di donne che hanno avuto un ruolo anche di primo piano nel cammino del popolo di Israele verso il compimento della salvezza promessa da Dio: pensiamo alle matriarche, Sara Rebecca Lia e Rachele; a Rut la Moabita, progenitrice del re Davide; ad Anna, la sterile, madre del profeta e giudice Samuele; alla regina Ester e alla affascinante Giuditta, eroine che hanno salvato gli ebrei dal nemico di turno; e poi Debora la profetessa, Giaele e tante altre, fino alla Sposa del Cantico dei Cantici, figura dell’Israele che vive e celebra la gioia dell’alleanza sponsale con il suo Dio.
Tuttavia resta il fatto che secondo la fede dell’antico testamento, sebbene anche le donne facessero parte del popolo eletto, il segno proprio dell’alleanza, ovvero la circoncisione, era inscritto nella carne dei maschi e, pertanto, le donne non avevano alcun ruolo nella trasmissione della fede se non quello di generare nuovi figli di Abramo.
Alle donne, infatti, era precluso oltre che il culto del tempio, anche il contatto diretto con la Torah, la Legge, che dovevano accontentarsi di apprendere dai rispettivi padri e mariti, per quel tanto che si riteneva le riguardasse.

Tutto ciò mette grandemente in risalto quella che si è posta come una novità assoluta del Nuovo Testamento rispetto alla tradizione ebraica e che tutti e quattro i vangeli hanno registrato, seppure in maniera diversa, ovvero la presenza di donne nel gruppo dei discepoli di Gesù.

Questa realtà è testimoniata, anzitutto, dal più antico dei racconti della Passione del Signore che ci è pervenuto, quello di Marco, il quale attesta: Presso la croce di Gesù vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme (Mc 15,40-41).
Il verbo usato dall’evangelista Marco e tradotto con l’italiano seguire è il greco akoluthéo, vocabolo che gli esegeti chiamano tecnico perché nei vangeli viene usato non per indicare un seguire qualunque, ma esclusivamente la sequela del discepolo e il discepolato stesso.
Ciò ci permette di sfatare un luogo comune, al quale siamo stati abituati da una secolare lettura al maschile della Scrittura, ovvero che le donne al seguito di Gesù erano da considerarsi come una specie di proto-perpetue, buone e pie donne che si occupavano del vitto o di altre modalità di servizio all’epoca esclusivamente riservate alle donne.
Possiamo, invece, legittimamente affermare che queste donne erano vere e proprie discepole, che si sono sentite chiamate dal Maestro e lo hanno seguito fin dal suo ministero in Galilea, prendendo parte alla comunità dei discepoli e condividendo con Gesù la sua missione nei confronti di Israele, della quale sono divenute testimoni a tutti gli effetti.

In questo senso va intesa anche l’attestazione del vangelo di Luca: In seguito Gesù se ne andava per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; Susanna e molte altre che li servivano con i loro beni (Lc 8, 1-3).

Notiamo che alcune figure di discepole sono comuni a tutti i vangeli, come Maria di Magdala; altre sembrano note solo all’uno o all’altro degli evangelisti.
Da Luca, ad esempio, conosciamo Marta e Maria, la quale seduta ai piedi del Signore, nell’atteggiamento del discepolo, ascoltava la sua parola (Lc 10,39); in Giovanni incontriamo la donna Samaritana che, come una discepola, ascolta e interroga il Maestro dissetandosi all’acqua viva offertale da Gesù e, poi, diventa testimone della sua identità di Messia e missionaria presso i suoi concittadini, tanto che molti credettero in lui per la parola della donna (Gv 4,39).

Appurato che alcune donne facevano parte del gruppo dei discepoli alla sequela di Gesù, possiamo leggere con uno sguardo diverso la loro presenza presso la croce durante la Passione e la morte; ed è normale che siano queste stesse donne a ricevere per prime l’annuncio pasquale e, insieme, la conferma della loro missione di discepole: essere testimoni della Resurrezione anzitutto presso gli altri discepoli (Mt 28,1-10; Mc 16,1-8; Lc 24,1-12; Gv 20,1-18).

Questi racconti evangelici della Passione morte e resurrezione del Signore ci fanno notare come queste figure di donne/discepole si distinguono dagli altri discepoli per il coraggio e la fedeltà che sfidano la paura e la morte, e per la prontezza nel credere che Gesù è vivo, come solo una donna, che è chiamata ad accogliere, difendere e generare dentro di sé il mistero d’amore di una nuova vita, può fare.

E non è finita qui, perché, sul versante dell’epoca post-pasquale, il Nuovo Testamento ci fornisce un’importante serie di testimonianze sulla partecipazione delle donne alla nascita e allo sviluppo delle prime comunità di credenti nel Risorto.
Alla base di questa presenza, attiva anche ministerialmente, delle donne nel tessuto delle prime Chiese, c’è sicuramente il passaggio dall’economia della circoncisione a quella battesimale, come sottolinea l’Apostolo Paolo nella lettera ai Galati: Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,26-28).
Sia le lettere paoline che gli atti degli apostoli attestano che, a volte, proprietarie delle case in cui si riunivano le neo-nate comunità cristiane erano delle donne. Basti pensare a Maria di Gerusalemme, madre di Giovanni detto Marco (At 12,12); o a Lidia, commerciante di porpora della città di Tiatira, che a Filippi accolse per prima l’annuncio del Vangelo facendosi battezzare con la sua famiglia ed aprendo la sua casa a Paolo e Sila (At 16,14-15. 40).
È facilmente ipotizzabile che, come padrone di casa, non solo mettessero a disposizione il luogo, ma rivestissero ruoli di guida e di insegnamento nella comunità che ospitavano, nonché funzioni legate al culto e all’amministrazione dei sacramenti; sempre nel libro degli Atti degli Apostoli troviamo una coppia, Aquila e Priscilla, che oltre ad ospitare una comunità nella loro casa, provvedono insieme a istruire Apollo sulla via di Dio (At 18, 26).

Alla stessa conclusione si può pervenire riguardo molte altre donne citate nell’epistolario paolino, nelle cui case si radunava la comunità: Cloe e Stefana in 1Corinzi; Ninfa di Laodicea in Colossesi; Prisca a Efeso e a Roma.
Ancora Paolo nel capitolo conclusivo della Lettera ai Romani, ci fornisce la testimonianza di un contributo abitualmente dato da donne alla vita pastorale della comunità e all’espansione missionaria; tra queste Miriam, Perside, Trifena e Trifosa, di cui si ricorda il fatto che si affaticano nel Signore per il Vangelo (Rom 16,6. 12).
Nello stesso testo Paolo raccomanda ai destinatari della lettera Febe, una donna probabilmente di origine pagana, che chiama: nostra sorella, diacono della chiesa di Cencre …, che ha protetto molti e anche me stesso (Rom 16,1-2). Febe dunque svolge un ministero permanente nella chiesa locale, il diaconato, un ruolo specifico riconosciuto dalle chiese.
La presenza attiva di donne/discepole al seguito di Gesù e il ruolo che hanno assunto nelle prime comunità cristiane sono stati rilevanti per il costituirsi delle chiese e per l’evangelizzazione e la maturazione della fede; una rilettura in questo senso degli scritti del Nuovo Testamento, può offrirci oggi delle linee guida per riflettere e prospettare nuove modalità di inclusione delle donne nella chiesa del terzo millennio.


 
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