Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

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Spirito di scienza

Voci dal Monastero

NEI GIOVANI CI SARÀ SEMPRE UNO SPIRITO DI SCIENZA E DI INTELLIGENZA
(Dn 13,62b)


Coloro che hanno familiarità con la Liturgia delle Ore, si ricorderanno certamente del cantico che, diviso in due parti, si prega alle Lodi della domenica e delle altre ricorrenze festive. Si tratta del cosiddetto "Cantico dei tre fanciulli", composto da una trentina di versetti che cominciano tutti con l’invito "Benedite il Signore", con cui l’orante esorta tutte le creature a lodare e benedire Dio "nei secoli". Questo testo è tratto dal terzo capitolo del Libro del Profeta Daniele, e precisamente dalla versione in lingua greca, dove viene proclamato, appunto, da tre giovani israeliti deportati a Babilonia.

Il libro del profeta Daniele è un’opera scritta tra il 167 e il 164 a.C. mentre Israele è oppresso in patria dalla tirannia dei re Seleucidi, una dinastia ellenista che fu poi sostituita dal dominio diretto dei Romani sull’odierno Medio Oriente.
L’autore sacro vuole riflettere sulla condizione del popolo dell’alleanza, ormai privato degli elementi costitutivi della sua identità etnico-religiosa, cioè la terra e il culto: gli oppressori stranieri, infatti, hanno costretto Israele a subire la stretta convivenza con genti pagane che impongono i loro culti (nel tempio i re seleucidi offrivano sacrifici a Giove olimpo) e, anche per questi motivi, un gran numero di ebrei sono emigrati in altre terre e nazioni, dando inizio alla diaspora.
La modalità che l’autore ispirato usa per fare questo è narrare una storia ambientata quattro secoli prima, ai tempi del re Nabucodonosor, durante la deportazione a  Babilonia degli ebrei, tra i quali c’è il protagonista principale del libro, il giovane giudeo Daniele, e i tre giovani del cantico, Anania, Misaele e Azaria; a loro l’autore affida il compito di testimoniare la fedeltà alla propria identità religiosa e di popolo, nonostante l’ostilità del contesto in cui vivono.

All’inizio del libro i quattro giovani deportati vengono scelti per essere istruiti e formati per diventare ministri del re Nabucodonosor.
A prima vista, si potrebbe pensare che Daniele, Anania, Misaele e Azaria, tradiscano il Signore e le sue Leggi, per il fatto stesso di mettersi al servizio di un re idolatra e collaborare all’interesse del popolo che aveva sconfitto e umiliato Israele. Ma, in realtà, questi giovani israeliti non ricusano di assumersi un ufficio che ha come scopo quello di discernere e operare ciò che è bene per la nazione dove il corso della storia (che è nelle mani di Dio) li ha portati; un compito che richiede saggezza e prudenza, lealtà al re e rispetto delle leggi; anzi, l’autore sacro fa comprendere che il loro essere credenti nel Signore e fedeli nella preghiera, da’ loro una marcia in più per comprendere gli eventi della storia e avere uno sguardo rivolto al futuro. Ma ad una condizione: che non venga intaccata la loro fedeltà al Dio di Israele. Per questo essi sono disposti ad affrontare anche la morte, come nel caso di Anania, Misaele ed Azaria (i tre fanciulli), che essendosi rifiutati di adorare l’idolo fatto costruire dal re, vengono gettati vivi e legati dentro una fornace così infuocata da bruciare anche quelli che stanno al di fuori.

La preghiera di Azaria (3, 25-45), che precede lo stesso cantico, ci rivela i sentimenti di questi giovani sottoposti ad una prova mortale, in un paese straniero nel quale sono andati a finire per le colpe dei loro padri: essi non si dissociano da loro, non si discolpano davanti a Dio, non chiedono di essere salvati perché sono giusti; al contrario, si assumono le responsabilità dei loro padri, di un popolo che ha tradito il Signore, riconoscono la giustizia di Dio e chiedono che il sacrificio della loro vita dia gloria al Signore, di modo che anche i pagani possano riconoscere la sua maestà.

Questi giovani hanno capito che rinnegare le proprie radici, vuol dire indebolire se stessi e mettere in forse anche il futuro, vuol dire, in ultima istanza, rinnegare quel Dio che si è rivelato a Mosè come il Dio dei vostri padri.
E Dio non resta inerte ma corrisponde alle speranze dei tre fanciulli e manda il suo angelo da loro, nella fornace, perché li protegga dal fuoco; così essi, danzando illesi dentro il fuoco, intonano il meraviglioso cantico di cui si parlava all’inizio (3, 52-90).
Non solo: la loro testimonianza di fedeltà induce anche Nabucodonosor a confessare che il Signore è veramente il Dio altissimo e, inoltre, egli "promuove" a cariche più alte i tre giovani ebrei; essi, dopo questo episodio, non saranno più menzionati nella seconda parte del libro, di stile apocalittico, il cui protagonista è Daniele.

L’avvicendarsi dei diversi re (Nabucodonosor, Baldassàr, Ciro e Dario il Medo) e il loro governare tirannico e idolatra assottiglia sempre di più le speranze di restaurazione del regno di Israele, nel senso politico e, soprattutto, religioso. Allo stesso modo, nel libro omonimo il giovane deportato Daniele viene sottoposto a diverse prove e sofferenze da parte del tiranno di turno.

L’atteggiamento di Daniele vuole essere simbolo ed esempio per tutto l’Israele che soffre e non riesce a comprendere il volere di un Dio che sembra averli abbandonati in balia delle forze del male. Daniele, infatti, proprio nella prova, intensifica la sua relazione con Dio mediante la preghiera e l’incondizionato abbandono alla sua volontà.
Da questo rapporto personale e vivo con Dio scaturisce per il giovane Daniele la capacità di "vedere" , cioè di illuminare il mistero della storia presente con la luce della sapienza di Dio e, quindi, di proiettarsi nel futuro mediante la "visione", che non è tanto la previsione di cosa succederà in termini di eventi puntuali, ma è il "vedere" con gli occhi della fede che Dio sconfiggerà le forze del male e darà ai suoi adoratori il regno tanto atteso e sperato.

La terza parte del libro, presente solo nella versione in lingua greca, comprende due racconti indipendenti in cui figura ancora un giovane di nome Daniele.
Il primo racconto, ambientato a Babilonia e noto come la "storia di Susanna", narra della passione perversa di due anziani di Israele, giudici del popolo, per una donna sposata, Susanna, che si rifiuta di cedere al ricatto con cui volevano costringerla a unirsi a loro e per la loro falsa testimonianza viene condannata a morte per adulterio. Ma «mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele» (13,45), che sedendo come giudice, smaschera la perversità menzognera e sanguinaria dei due anziani e salva l’innocente Susanna dalla morte.

Da una delle versioni greche del racconto (non riportata nel testo CEI 2008) è tratto il titolo scelto per questo articolo: "Nei giovani ci sarà sempre uno spirito di scienza e di intelligenza".
Mi sembra molto bello, infatti, che in un momento di oscurità riguardo al presente e di carenza di fiducia e speranza  per il futuro, l’autore del libro di Daniele scommetta sui giovani, sul loro desiderio di cercare la verità e di compiere la giustizia, sul loro impegno per dare il proprio contributo di bene all’umanità, sulla loro determinazione a rifiutare i compromessi e a restare fedeli ai propri ideali e alla propria fede, sul coraggio di affrontare il rischio e l’incertezza che ogni cosa nuova comporta, perché il futuro appartiene a loro ed essi soltanto già lo vedono.



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