Parrocchia S.Antonio di Padova - San Benedetto del Tronto

Vai ai contenuti

Menu principale:

Un giovane di nome Gesù

Voci dal Monastero

UN GIOVANE DI NOME GESÙ DI NAZARET: FIGLIO DELL’UOMO, FIGLIO DI DIO

Il nostro modo di pensare e di rappresentarci Gesù è certamente influenzato da almeno due fattori: il primo è ciò che di Lui abbiamo conosciuto attraverso la lettura dei Vangeli e degli altri scritti del Nuovo Testamento; il secondo è il modo in cui abbiamo avuto modo di contemplarlo nelle sue raffigurazioni nell’arte sacra cristiana di ogni tempo.
Da un lato, infatti, abbiamo molto cara la rappresentazione di Gesù bambino nei cosiddetti "vangeli dell’infanzia", magari così come è riprodotta nel presepe; dall’altro siamo portati a pensare a Gesù come un uomo fatto, il maestro, il Pantocrator delle icone, che, come dice l’apostolo Pietro in At 10,38, "passò beneficando e sanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui"; e, certamente, il nostro cuore custodisce come impressa dal dolore l’immagine del Crocifisso e guarda alla figura luminosa del Risorto, come a Colui che ci accoglierà all’ingresso nella Vita.

E del "giovane" Gesù cosa sappiamo?
Se interroghiamo i Vangeli notiamo che, a parte le poche notizie relative alla sua nascita e alla sua famiglia (soprattutto Luca), la narrazione ha per oggetto quello che Gesù ha detto e ha fatto negli ultimi tre anni della sua vita, mentre gli anni della adolescenza e della giovinezza sono come racchiusi in un misterioso silenzio.

C’è, dunque, un "vuoto" che alcuni dei vangeli apocrifi hanno cercato di riempire narrando, ad esempio l’infanzia di Gesù, come il cosiddetto "Vangelo dell’infanzia di Tommaso".
A questo riguardo, mi sembra bella e utile una riflessione che il biblista Bruno Maggioni fa nel suo libro "I personaggi della natività": «I vangeli apocrifi dell’infanzia abbondano di molte notizie straordinarie. Perché? La pietà popolare desidera sempre riempire i silenzi e lo fa introducendo negli anni oscuri di Gesù episodi agiografici e miracolosi. Forse si tratta anche di un modo di pensare Dio, che rende insopportabile il suo silenzio, il suo anonimato, la sua presenza nel quotidiano della vita della maggioranza degli uomini … È facile pensare, infatti, che il modo di manifestarsi di Dio debba essere, per coerenza con il divino, sempre qualcosa di straordinario … Lo straordinario è che un Figlio di Dio abbia vissuto per anni una vita in nessun modo straordinaria. E questo non significa assenza del divino, neppure significa un suo nascondimento, ma, al contrario, una sorprendente rivelazione».

Aiutati da questa bella riflessione, osiamo, dunque, aprire una sorta di finestra sulla giovinezza di Gesù, mediante la lettura di un notissimo brano evangelico: Lc 2,41-52, ovvero "lo smarrimento e il ritrovamento di Gesù nel tempio".
«I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua», narra Luca, facendoci intendere nei versetti successivi, come, prima di allora, ogni anno si ripetesse lo stesso rituale: Giuseppe e Maria partivano per Gerusalemme portando con se il loro figlio insieme con una carovana composta da parenti e conoscenti, celebravano la Pasqua nella città santa e poi facevano ritorno a Nazaret.
Fino a quel momento non si erano mai preoccupati di dove fosse il loro figlio, non avevano motivo di pensare che il ragazzo potesse prendere una decisione per conto suo, al massimo, si sarebbe allontanato da loro per fare un tratto di strada insieme a un parente, o a un amico, ma certamente sarebbe tornato a casa come al solito con mamma e papà.

Luca ci descrive due bravi genitori, capaci di concedere le giuste distanze ad un figlio non più bambino, che è sempre stato obbediente… Invece, questa volta, Gesù fa di testa sua e resta a Gerusalemme senza farne parola ai genitori, anzi «senza che i genitori se ne accorgessero».
Gesù ha dodici anni, registra Luca, l’età in cui, tra gli ebrei, un ragazzo sta per lasciare l’infanzia per addentrarsi in uno stato di vita più maturo, proteso verso l’età adulta, che possiamo chiamare "giovinezza". D’altronde quanti dei nostri nonni e, forse, dei nostri padri, a dodici anni lavoravano come i grandi per aiutare la famiglia!

Tornando al Vangelo, per Maria e Giuseppe è un trauma: dopo un giorno di viaggio il figlio non si trova e, dopo averlo cercato invano tra parenti e conoscenti, tornano a Gerusalemme, "angosciati" per la sua perdita.
Quando lo trovano, dopo tre giorni, nel tempio, sono come di fronte ad uno sconosciuto: il loro (ex)bambino è «seduto in mezzo ai maestri (delle legge), mentre li ascoltava e li interrogava».
Cos’è accaduto? Perché Gesù fa soffrire così i genitori gelandoli, perfino, con una rispostaccia quando gli chiedono conto del suo "insolito" comportamento che aveva arrecato loro angoscia a preoccupazione?
È una "sorprendente rivelazione", per usare le espressioni di don Bruno Maggioni, è che Gesù, come ogni giovane uomo "deve" trovare la sua identità, la sua strada, la sua vocazione e, come succede a tutti, l’affermazione della propria personalità passa attraverso il distacco dalla famiglia, un distacco che genera dolore e incomprensione, non meno denso di mistero dello stesso uscire alla vita.
Nelle parole della madre - «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo» -  è svelato lo smarrimento dei genitori di fronte alla scoperta dell’alterità del figlio, nella cui vita non possono più leggere in maniera chiara, familiare, consueta, prevedibile, così come l’avevano pazientemente "modellata" con l’educazione e l’esempio.
La risposta di Gesù - «Perché mi cercavate, non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio» - li obbliga improvvisamente a confrontarsi con il mistero della vita del figlio, che rivendica di non appartenere più a "loro", ma al "Padre mio", delle cui cose deve, bensì, occuparsi.
Certo, il giovane di cui parliamo è Gesù, figlio dell’uomo e figlio di Dio, ma il travagliato passaggio dall’infanzia all’età adulta che è la giovinezza è veramente quello di ogni uomo e di ogni donna e coinvolge, mettendole in discussione, tutte le relazioni significative, da quelle personali, con se stessi con gli altri e con Dio, a quelle con le cose.

Non è casuale che l’evangelista Luca collochi il dialogo di "rottura" tra i genitori e il Figlio, all’interno di un altro dialogo, quello tra Gesù e i maestri della Legge, poiché ciò richiama il lettore al "primo di tutti i comandamenti" della Legge: «Ascolta Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tuta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Mc 12,29-30; Dt 6,4-5), espressione che i rabbini traducono "amerai … con tutto il tuo molto".

E allora? Allora giovane (e non solo di età) è proprio colui che "con tutto il suo molto" è un appassionato cercatore di amore e di vita, che non si accontenta di servire idoli più o meno accattivanti e soddisfacenti, ma punta a quel "tutto" di cui solo il Signore dell’amore e della vita può colmare coloro che lo cercano, perché siano, a loro volta fecondi e traboccanti ancora di amore e di vita.


Torna ai contenuti | Torna al menu